sabato 31 maggio 2008

Sede: GUARDISTALLO
Dialogo
su: COMUNITÀ, CITTADINANZA, EDUCAZIONE
Tutor: a rotazione
Iscritti/partecipanti presenti: ANNA, MARCELLA, ADRIANA, LUCIA, MASSIMO
Ospite: Fabio (Armunia)

Promotore: GIUSEPPE giuseppeiardella@hotmail.com

Sintesi incontro n. 2

Data: 29 maggio 2008
Ore: 21,30 – 24,00
Tutor: Luca Mori

AVVISO: il prossimo incontro è previsto – salvo problemi particolari – per il 13 GIUGNO, alle ore 21:30, presso una sala del Comune di Guardistallo (nella via centrale, VIA PALESTRO n. 24).

Nota: è stato attivato, sempre in via sperimentale, il FORUM di http://dialoghi.ning.com Date il vostro parere sull’utilità e la struttura del sito


Resoconto del tutor, Luca Mori

Giuseppe apre la serata sollevando il problema del cambiamento di abitudini. Quando accadrà che le abitudini – ad esempio, di consumo – cambieranno?
Poi una domanda collegata: qual è il motore che può spingere le persone a prendere parte a iniziative come i Dialoghi? Partiamo dall’assunto ovvio di essere una minoranza: ma come potremmo fare per essere
meno minoranza?
Riguardo alle abitudini, un bambino di una quinta elementare di Bibbona ha detto, nel corso di una discussione su ambiente ed energia: ‘per cambiare abitudini, si deve inventare qualcosa di
più comodo [di ciò a cui si è abituati]’. La questione della comodità in effetti è importante.

Chi partecipa ai dialoghi a volte ha la sensazione di lavorare in termini di “prevenzione” rispetto a cose che non vanno nel verso giusto. Fabio suggerisce di recuperare Pasolini per un approccio critico all’esistente: coinvolti in una corsa verso un benessere non meglio identificato e definito, abbiamo perso relazioni ed esperienze importanti. Molto si è giocato nel secondo dopoguerra, quando il boom economico ha fatto decollare modelli di consumo e di spreco ormai insostenibili.

Ci sarebbe poi da aprire un discorso sulla paura. “Quale sarà il punto di rottura?”, chiede Giuseppe. Se da tante parti (nella scuola e rispetto alla cultura, nei micro-comportamenti quotidiani e nelle scelte rispetto alla produzione e al consumo) c’è una corsa al ribasso o almeno una specie di legittimazione dell’esistente – e se davvero l’esistente così com’è non è sostenibile – quale sarà il punto di rottura? Marx pensava alla RIVOLUZIONE come esito decifrabile di relazioni insostenibili tra Capitale e Lavoro; oggi, notando che l’OIKOS1 dell’economia non è l’OIKOS dell’ecologia, e notando la rilevanza del fattore Natura nei processi economici (un fattore non inesauribile), è più facile pensare alla CATASTROFE (naturale e di conseguenza sociale), come esito di relazioni insostenibili tra economia ed ECOLOGIA2. .

E i giovani? Questo Dialogo è promosso e costituito da genitori di giovani (bambini e ragazzi) tra la V^ elementare e la III^ media? Quanto e cosa immaginano? Come desiderano il futuro?

Recentemente, Galimberti ha sostenuto che gli adolescenti hanno bisogno di essere ‘plagiati’. Ha usato un termine forte che, nel Dialogo, ad alcuni piace e ad altri no. Ma si possono imporre o prescrivere modelli, da parte degli adulti, ai giovani? Il processo di apprendimento e della formazione comunque non sono processi lineari (chi plagia non può sapere cosa otterrà…). Del resto, chi educa l’educatore? Non sono già i genitori che autocriticamente riconoscono dei limiti nel loro porsi rispetto ai figli?

Certo, i Dialoghi sono uno degli esempi del voler cambiare abitudine, e del voler aprire spazi per qualcosa che ancora non esiste. Si nota che sarebbe importante coinvolgere in questo discorso anche la SCUOLA e il REFERENTE POLITICO.

Nasce allora una proposta: studiare iniziative che APRANO NUOVI CANALI E MODI DI COMUNICAZIONE TRA GENITORI, FIGLI, SCUOLA, POLITICA.

L’idea, da depositare in un progetto, è quella di sviluppare alcune esperienze già fatte presso le scuole elementari e medie tra Pisa e Rosignano. Il punto è: iniziamo esplorando come i giovani immaginano e desiderano il futuro (lavoro nelle classi). Lavoriamo separatamente con i genitori, su come loro immaginano e desiderano il futuro (loro, ma anche su come lo vorrebbero per i figli).

Mettiamo a confronto, in un momento successivo, quanto emerge dal lavoro dei bambini e dei ragazzi con quanto emerge dal lavoro dei genitori. È probabile che, in entrambi i casi, gli uni siano sorpresi da quello che emerge dalla discussione degli altri, che si venga a conoscenza di qualcosa che non si conosceva dell’immaginario degli altri. Apriamo poi un discorso anche con il politico rispetto al ruolo che dovrebbe avere in questo lavoro di messa in tensione tra il PRESENTE e il FUTURO (che dovrebbe essere il momento ‘politico’ della politica, a fronte di quello ‘amministrativo’).

Si devono studiare anche modi e cornici per portare avanti l’iniziativa: è una specie di tentativo di portare i ‘Dialoghi’ ‘fuori di sé’: il gruppo non vuole essere autoreferenziale, ma provare a coinvolgere altri (genitori e ragazzi anzitutto), iniziando progetti che cambino qualcosa.

Come detto, l’unica cosa che si può ipotizzare realisticamente riguardo agli esiti del progetto a cui lavoriamo, è che attiveremo nuovi canali e stili di comunicazione tra genitori e figli (e attraverso loro, tra scuola e genitori, e tra tutti costoro e il politico).



1Àmbito, casa.

2 Anche nel senso dell’ECOLOGIA DELLA MENTE di cui scriveva Gregory Bateson negli anni Sessanta e Settanta

martedì 20 maggio 2008

Sede: GUARDISTALLO

Dialogo su: COMUNITÀ, CITTADINANZA, EDUCAZIONE

Tutor: a rotazione

Iscritti/partecipanti presenti: CARLOTTA MILANI, ANNA ARZILLI , LUCIA MATTEUCCI TASSONE, MARCELLA GRAZIANI, CLAUDIO PAPI, GIUSEPPE IARDELLA, MASSIMO CECCARELLI

PROMOTORE: GIUSEPPE IARDELLA, giuseppeiardella@hotmail.com

Sintesi incontro n. 1

Data: 16 maggio 2008

Ore: 21,00 – 23,00

Tutor: Luca Mori

E A ROTAZIONE

AVVISO: il prossimo incontro è previsto – salvo problemi particolari – per GIOVEDI 29 MAGGIO, alle ore 21:30, presso una sala del Comune di Guardistallo (nella via centrale, VIA PALESTRO n. 24).

Giuseppe Iardella segnala l’esistenza del blog del Dialogo di Guardistallo: http://idialoghi-trecomuni.blogspot.com. Segnalo che presto proporrò a tutti anche un sito complessivo dei dialoghi, con FORUM, BLOG, POSSIBILITÀ DI POSTARE FOTO E SEGNALARE VIDEO, E ALTRE FUNZIONI. Ho già registrato un indirizzo, http://dialoghi.ning.com/ al quale inizierò a lavorare nei prossimi giorni.

Resoconto del tutor, Luca Mori

I partecipanti al dialogo sono genitori di figli coetanei: siamo tra la V^ elementare e le prime due classi delle medie. Tutti sono interessati al fatto che i loro bambini crescano in un posto che dia stimoli e opportunità significativi, alternativi a quelli tipicamente comunicati dalla televisione.

La discussione della serata riguarda dunque il rapporto tra genitori e bambini, e più in generale la riscoperta di una dimensione comunitaria, nel contesto degli attuali mutamenti della società. Iardella evidenzia due possibili rischi di iniziative come quella dei Dialoghi: 1) coloro che partecipano generalmente sono persone già impegnate e “attive”; 2) nonostante ciò, queste iniziative spesso non hanno continuità. La domanda, allora, è: com’è possibile uscire dal triangolo lavoro, shopping, televisione? Si può uscire?

Inoltre, i genitori presenti richiedono che il dialogo sia un percorso “che porti a qualcosa”. Cioè: l’auspicio è quello che dalle discussioni vengano idee anche per progetti da portare avanti con i bambini. Per questo la rete è importante, anche considerando che un’esigenza analoga è stata espressa con altrettanta convinzione nel dialogo di Santa Luce.

L’impressione è quella di essere impegnati in una battaglia come quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Cosa c’è, però, da perdere? Forse, il concetto stesso di comunità. O il concetto di libertà[1].

Le tecnologie della comunicazione mutano continuamente, e questo muta le abitudini dei ragazzi. I genitori lo notano e si sentono disorientati: che fare se il telefonino sostituisce la comunicazione “faccia a faccia”, o se gli sms sostituiscono la comunicazione a voce? Come fare perché i ragazzi usino internet approfittando delle opportunità che offre, ma senza perdere autonomia e capacità di pensare (ad esempio, scaricando ricerche già fatte, o cose del genere)?

Notiamo che l’evoluzione delle tecnologie è una caratteristica evolutiva che contraddistingue la storia di Homo sapiens. C’è stato chi metteva in guardia dalla tecnologia della scrittura: per esempio, Platone. Prendendone atto, si continua a sentire il bisogno di fare in modo che i ragazzi non perdano il senso di esperienze e di relazioni che potrebbero essere “sostituite” da nuove esperienze e relazioni, mediate in modo tecnologico. È un’ansia della sostituzione, questa: ma è anche la volontà che l’esperienza dei ragazzi effettivamente si arricchisca, e non si impoverisca di alcune dimensioni relazionali importanti.

Gli stessi genitori, criticamente, si rendono conto di non riuscire spesso a dare l’esempio di ciò che vorrebbero vedere nei loro ragazzi. Anche per loro, gli spazi e i tempi delle ‘comunità’ sono ridotti.

Si discute allora delle cornici che sarebbero necessarie: quali cornici per rendere continue e non saltuarie esperienze come quelle di un Dialogo? Cioè di cittadini che si riuniscono per immaginare nuove possibilità della loro città e del loro essere cittadini?

Tra le prime ipotesi di lavoro:

- proporre iniziative alla scuole, in cui la curiosità dei ragazzi tra la V^ elementare e la prima media venga intercettata positivamente, introducendo in modo originale ai temi della cittadinanza e all’uso delle nuove tecnologie

- chiederci che cosa anche gli adulti desiderano per sé, prima che per i propri ragazzi. Si è ancora capaci di ‘desiderare qualcosa insieme’?

- riflettere ancora su: cosa significa ‘desiderare di vivere bene’? e cosa significa ‘accontentarsi di vivere, di quello che c’è?’



[1] Su questo segnalo il recente libro G. Lakoff, 2008, La libertà di chi?, Traduzione di Valeria Roncarolo, Codice edizioni, Torino; pp.242; € 22,00, secondo il quale stiamo rischiando di perdere il concetto di libertà: “Perdere la libertà è una cosa terribile, ma perdere il concetto di libertà è ancora peggio”, p. IX.

martedì 22 aprile 2008

IL CONSUMISMO (Umberto Galimberti: I vizi capitali di questo secolo Tratto da “la Repubblica”, 8 agosto 2002 )

Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione, e l’incremento di produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero?
Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla portata di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi?
E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita d'elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando, a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività?
Perché il consumismo è un vizio?
Perché crea in noi una mentalità a tal punto nichilista da farci ritenere che solo adottando, in maniera metodica, e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti, possiamo garantirci identità, stato sociale, esercizio della libertà e benessere.
Ma vediamo le cose più da vicino.

1. La circolarità produzione-consumo. è noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere "circolare" del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.
Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci "hanno bisogno" di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia "prodotto".
A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che "non si può non avere". In una società opulenta come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma "devono" essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione.

2.
Il principio della distruzione. Si tratta di una distruzione, ma se l’espressione vi pare troppo forte usiamo pure la parola "consumo", che non è "la fine" naturale di ogni prodotto, ma "il suo fine".
E questo non solo perché altrimenti si interromperebbe la catena produttiva, ma perché il progresso tecnico, sopravanzando le sue produzioni, rende obsoleti i prodotti, la cui fine non segna la conclusione di un’esistenza, ma fin dall’inizio ne costituisce lo scopo. In questo processo la produzione economica usa i consumatori come suoi alleati per garantire la mortalità dei suoi prodotti, che è poi la garanzia della sua immortalità.
Come condizione essenziale della produzione e del progresso tecnico, il consumo costretto a diventare "consumo forzato", comincia a profilarsi come figura della distruttività, e la distruttività come un imperativo funzionale dell’apparato economico.
Il "rispetto", che Kant indicava come fondamento della legge morale, è disfunzionale al mondo
dell’economia che, creando un mondo di cose sostituibili con modelli più avanzati, produce di continuo "un mondo da buttar via".
E siccome è molto improbabile che un’umanità, educata alla più spietata mancanza di rispetto nei confronti delle cose, mantenga questa virtù nei confronti degli uomini, non possiamo non convenire con Gunther Anders per il quale: «L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via».

3.
L’inconsistenza delle cose. Che ne è delle cose, della loro consistenza, della loro durata, della loro stabilità?
Da sempre le cose si consumano e diventano inutilizzabili, ma, nel ciclo produzione-consumo che non può interrompersi, esse sono pensate in vista di una loro rapida inutilizzabilità. Infatti è prevista non solo la loro transitorietà, ma addirittura la loro "data di scadenza" che è necessario sia il più possibile a breve termine.
E così invece di limitarsi a concludere la loro esistenza, la fine delle cose è pensata sin dall’inizio come il loro scopo. In questo processo, dove il principio della distruzione è immanente alla produzione, l’"uso" delle cose deve coincidere il più possibile con la loro "usura". E se questo non è possibile per l’intero prodotto perché nessuno l’acquisterebbe, è sufficiente che lo sia per i pezzi di ricambio, il cui costo deve essere portato a livelli tali che persino piccole riparazioni vengano a costare, se non di più, almeno come un nuovo acquisto.
Se questo non basta sarà la pubblicità a persuaderci che anche se la nostra automobile tecnicamente funziona ancora nel migliore dei modi, è il caso di sostituirla, perché «socialmente inadatta» e in ogni caso «non idonea al nostro prestigio».

4.
Il dissolvimento della durata temporale. Il tratto nichilista dell’economia consumista che vive della negazione del mondo da essa prodotto perché la sua permanenza significherebbe la sua fine, destruttura nei consumatori la dimensione del tempo, sostituendo alla durata temporale, che è fatta di passato, presente e futuro, la precarietà di un assoluto presente che non deve avere alcun rapporto col passato e col futuro.
E allora oltre alla produzione forzata del bisogno, ben oltre i limiti della sua rigenerazione fisiologica, il consumismo utilizza strategie, come ad esempio la moda, per opporsi alla resistenza dei prodotti, in modo da rendere ciò che è ancora "materialmente" utilizzabile, "socialmente" inutilizzabile, e perciò bisognoso di essere sostituito. E questo non vale solo per le innovazioni tecnologiche (televisori, computer, cellulari), o per il guardaroba femminile (e oggi anche maschile), ma, e qui precipitiamo nell’assurdo, anche per gli armamenti.
Se un armamento resta inutilizzato per mancanza di guerre e quindi di potenziali acquirenti, o si inventano conflitti per "ragioni umanitarie", o si producono armi "migliori" che rendono obsolete quelle precedenti.
Anche se si fatica a capire in che cosa consista il "miglioramento" in una situazione in cui, con le armi a disposizione,
già esiste per l’umanità la possibilità di sterminare se stessa in modo totale. Che senso ha in questo caso mettere sul mercato qualcosa di "meglio"?

5.
La crisi dell’identità personale. Viene ora da chiedersi: quali sono gli effetti della cultura del consumismo sulla costruzione e sul mantenimento dell’identità personale?
Disastrosi.
Perché là dove le cose perdono la loro consistenza, il mondo diventa evanescente e con il mondo la nostra identità. Infatti, là dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all’obsolescenza immediata, l’individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perché quell’ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi
fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo.
Là infatti dove un mondo fidato di oggetti e di sentimenti durevoli viene via via sostituito da un mondo popolato da immagini sfarfallanti, che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono, diventa sempre più difficile distinguere tra sogno e realtà, tra immaginazione e dati di fatto.

6.
L’evanescenza della libertà. In una cultura del consumo dove nulla è durevole, la libertà non è più la scelta di una linea d’azione che porta all’individuazione, ma è la scelta di mantenersi aperta la libertà di scegliere, dove è sottinteso che le identità possono essere indossate e scartate come la cultura del consumo ci ha insegnato a fare con gli abiti. Ma là dove la scelta non produce differenze, non modifica il corso delle cose, non avvia una catena di eventi che può risultare irreversibile, perché tutto è intercambiabile: dalle relazioni agli amanti, dai lavori ai vicini di casa, allora anche i rapporti fra gli uomini riproducono alla lettera i rapporti con i prodotti di consumo, dove il principio dell’"usa e getta" regola sia le "relazioni matrimoniali" sia le "relazioni senza impegno".

Che fare?
Nulla.
Perché l’identità personale a cui fare appello per arginare gli inconvenienti del consumismo non c’è più, essendo stata a sua volta risolta in un insieme di bisogni e desideri programmati dal mercato.
A differenza dei "vizi capitali" che segnalano una "deviazione" della personalità, i "nuovi vizi" ne segnalano il "dissolvimento", che tra l’altro non è neppure avvertito, perché investe indiscriminatamente tutti.
I "nuovi vizi", infatti, non sono personali, ma tendenze collettive, a cui l’individuo non può opporre una efficace resistenza individuale, pena l’esclusione sociale.
E allora perché parlarne?
Per esserne almeno consapevoli, e non scambiare come "valori della modernità" quelli che invece sono solo i suoi disastrosi inconvenienti.

Incontro del 14 Febbraio 2008

Il ghiaccio è rotto.
E l'idea di metterci insieme, una volta ogni tanto, forse è più utile di quel che si immagini.

Dopo una prima fase intelocutoria la discussione si è concentrata su tre punti principali:
  • le differenze fra la nostra preadolescenza e quella dei nostri figli
  • il ruolo della televisione e dei mass media in generale
  • il nostro tempo, che non basta mai

Quando avevamo, noi, dodici anni il mondo e la società erano profondamente diversi da oggi.

Non eravamo bombardati dalla televisione ogni ora del giorno e della notte, i programmi per ragazzi iniziavano alle 17 e tutti fremevamo per vedere “oggi le comiche” il sabato e i cartoni animati la domenica.
Quella finestra sul mondo aveva solo due occhi (il 1° e il 2° canale, in bianco e nero) mentre oggi sono mille e più, come quelli compositi degli insetti, e vedono a colori.
Di solito l'apparecchio televisivo era sistemato in salotto e mettersi in poltrona a guardare era quasi un rito; oggi, spesso, ogni stanza ha il suo sempre acceso quasi fosse un'ineludibile compagno di vita cui ci siamo assuefatti.
Ma perchè la televisione è diventata uno strumento così pervasivo e incombente ?
Perchè sembra poter determinare in modo così efficace i comportamenti collettivi ?
Le ragioni affondano nelle profondità dell'analisi psicologica, ma, in poche parole, la TV ci dà come l'illusione di essere dio, limitatamente, però, alla sua onniscienza.
Un dio a mezzo servizio, che tutto vede, tutto sa ma che non può assolutamente niente.
Un dio spettatore quasi voyeristico ma impotente, totalmente incapace di incidere su ciò che vede, anzi fruitore passivo di un meccanismo ipnotico che, per contro tenta di persuaderlo - luì sì - a farci fare quello che “dobbiamo” fare : i perfetti consumatori.
Il problema è che noi percepiamo la nostra impotenza solo quando non riusciamo a soddisfare le nostre pulsioni, o, meglio, compulsioni ad acquistare ciò che vediamo nelle pubblicità e reagiamo cercando di aumentare la nostra produttività per poter essere dei “bravi consumatori”.
Sembriamo come quei topolini bianchi che corrono vorticosamente nella ruota che non si ferma mai.
Questo ci priva di molto del nostro tempo, quasi tutto, non lasciando che pochi scampoli, da dedicare ai nostri ragazzi, durante i quali, però siamo così stanchi e stressati di risultare pressochè assenti.
Altre volte il tempo lo abbiamo ma non lo usiamo nel modo migliore, o forse non sappiamo farlo.
Ci coglie allora il senso di colpa che ci induce ad accontentare i nostri figlioli con l'ultimo modello di cellulare visto in TV, senza il quale sembra che non possano vivere.
Mettiamoci anche il fatto che, se noi vediamo la televisione con un minimo di occhio critico, i minori assorbono tutto come spugne.
Hanno voglia di dire, certi psicologi, che i bambini sono meno passivi di quel che si pensi.
La mole di stimoli audiovisivi cui vengono sottoposti è talmente enorme che, col tempo si produce un'assuefazione che conduce all'apatia, cioè all'incapacità di provare emozioni.
Ma siccome una vita senza emozioni è una “non vita”, o si sprofonda nella depressione o si imbocca la via del gioco al rialzo continuo elevando progressivamente il livello dell'intensità degli stimoli.
Non stupiscano allora certi comportamenti “eccessivi” cosiddetti devianti degli adolescenti di oggi.
Non ci sorprenda il dato recente che l'età media della prima sniffata di coca (ormai dilagante) sia scesa nella fascia dai 12 ai 16 anni.

Noi, come genitori, vorremmo tutti fare qualcosa di più, ma non sappiamo cosa.

Eppure, se ci pensiamo bene, i nostri vecchi non ci hanno mai dedicato neanche 1/10 del tempo che noi, comunque, riusciamo a dedicare ai nostri figli.

  • E noi, nel complesso, conserviamo un buon ricordo della nostra infanzia, come di un'età sostanzialmente felice.
  • Perchè noi eravamo felici, o almeno soddisfatti, con poco ed oggi i ragazzi sono insoddisfatti con troppo ?
  • Siamo sicuri che dire di no alle loro continue richieste equivalga a negare loro il nostro affetto e a privarsi del loro ?
  • Abbiamo mai provato a non cedere quando siamo convinti di essere nel giusto ?

  • Non è più facile dire sì , e chiuderla lì (fino alla richiesta successiva) piuttosto che motivare in modo convincente un sacrosanto no ?

  • E' così difficile negare la playstation di turno, semplicemente perchè costa troppo ?

  • E' davvero impossibile limitare o modulare l'uso della TV ?

  • E' proprio vero che non possiamo farci niente, che non abbiamo alternative ?

  • Dobbiamo rassegnarci a veder crescere i nostri ragazzi senza poter influenzare positivamente la loro maturazione verso l'età adulta ?

  • Dobbiamo affidarci esclusivamente alla nostra buona stella e sperare che tutto vada per il meglio ?

  • Allora, non è meglio abbandonarsi al “Sistema” ed accettarlo incondizionatamente ?

  • Non è meglio scegliere la capsula blu di Matrix e continuare a vivere in una realtà sempre più virtuale ?

Queste e molte altre sono le domande che ci facciamo, o che dovremmo farci, e che possono emergere dal reciproco confronto delle nostre rispettive esperienze.
Prima di trovare risposte che ci convincano, infatti, dobbiamo porci, per l'appunto, le domande giuste.

Per questo io ripeterei l'esperimento appena fatto anche il prossimo mese, in data da decidere.

Giuseppe Iardella

P.S. Visto che tutto ruota sempre sul tema cardinale del consumismo prima del prossimo incontro mi piacerebbe proporre un articolo che Umberto Galimberti scrisse per La Repubblica nel 2002.